Venerdì 2 Maggio 2008

Sulla scia dell’enorme successo di pubblico e di stampa che ha segnato la prima edizione del festival “Insubria, Terra d’Europa 2007”, presentiamo questa seconda edizione che vedrà coinvolta la città di Varese dal 5 maggio al 1 giugno 2008.

Economia e ambiente, ma anche musica e teatro, storia e sport: la formula proposta nella precedente edizione viene confermata anche per quest’anno grazie alla partecipazione e alla disponibilità di grandi nomi che, sensibili al “richiamo delle radici”, prenderanno parte in prima persona a questa cinque giorni dedicata all’Insubria.

Convinti che il prossimo futuro muoverà i passi in un complesso rapporto tra globale e locale, la nostra Insubria, adagiata tra due stati e fluttuante tra due aree economico-politiche (UE e extra-UE) rappresenta il laboratorio ideale per organizzare strategie, suscitare passioni e cercare alchimie difficilmente ripetibili in altre aree dell’Europa.

Un’occasione unica e straordinaria di muoversi tra “Terre”, incredibilmente slegate e legate ad un tempo tra loro, poste nel cuore dell’Europa, cerniera alpina tra il sud e il nord, crocevia di interessi e di culture.

Un luogo straordinario per vivere, lavorare, progettare, sognare.

Insubria Terra D’Europa

Sabato 26 Gennaio 2008

Vi racconterò di Giuseppe Garibaldi. Gli storici italiani diranno che sono un bugiardo, ma a scrivere la storia sono gli stessi che chiamano “briganti” dei patrioti.

Il vero brigante…

È con questa parafrasi delle prime battute del film Braveheart che voglio introdurre questa mini-bibliografia. Un breve elenco di opere che, negli ultimi anni, hanno tentato di riportare alla luce le verità atroci su quell’epoca che i bugiardi italiani chiamarono, in maniera vigliaccamente apologetica, “Risorgimento”.

Giovedì 10 Gennaio 2008

Copetina Libro

Disponibile presso la Biblioteca Frera - Tradate

Collocazione: TRA945.08 DIF
Inventario: TRA00051826

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Gigi Di Fiore
Controstoria dell’Unità d’Italia
Fatti e Misfatti del Risorgimento

«Quando i posteri esamineranno gli atti del Governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento, vi troveranno cose da cloaca.» - Giuseppe Garibaldi
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Come è possibile che un manipolo di 1.000 garibaldini abbia sconfitto un esercito di 50.000 borbonici? È una domanda cui le rievocazioni celebrative del Risorgimento italiano non danno risposte convincenti. E non è la sola, con sé ne porta molte altre: con quali poteri, con quali mafie dovettero allearsi Garibaldi e Cavour? Perché ci vollero cannoni e fucili per domare la ribellione contadina nelle regioni del Mezzogiorno subito dopo l’annessione?

Quella che la storia, scritta dai vincitori, ha battezzato come “unificazione d’Italia” fu in realtà una guerra di conquista condotta dal Piemonte contro gli Stati sovrani del Centro e del Sud. E nei decenni successivi. dai manuali scolastici ai romanzi, fino agli sceneggiati televisivi, gli eventi che non si accordavano con la retorica patriottica sono stati nascosti o deformati.

Così, dei ventidue anni dall’esplosione rivoluzionaria del 1848 alla breccia di Porta Pia, molto rimane nell’ombra: il bombardamento piemontese di Genova nel 1849, i plebisciti combinati per le annessioni degli Stati Centrali, le agitazioni manovrate dai carabinieri infiltrati, i provvedimenti anticattolici, la guerra al brigantaggio e le “leggi speciali”, la corruzione dei conquistatori e le loro collusioni con la malavita locale.

Gigi Di Fiore restaura l’affresco scrostato del cosiddetto “Risorgimento” portando alla luce gli intrighi e le ambiguità della guerra scatenata dai Savoia contro il Sud. Una provocazione necessaria, per andare alle radici delle problematiche tutt’oggi irrisolte, in Padania e in Italia, e che hanno un’unica radice: la mitizzata unità.

Lunedì 3 Dicembre 2007

Documento originale “Mamma mia dammi cento lire…”

Troppe volte giornalisti, progressisti, pensatori e tanti altri elementi di cui la società potrebbe senza ombra di dubbio privarsi senza perdere di valore aggiunto, si soffermano sulla condanna delle tragiche vicende legate all’immigrazione, soprattutto a incidenti che periodicamente si verificano in mare, con protagonisti i barconi di “disperati”, che cercano nella nostra terra un futuro migliore (salvo poi andare ad occupare un posticino nelle celle di lusso offerte dalla nostra nazione).

La migrazione il trasferimento permanente o temporaneo di gruppi di persone in un paese diverso da quello di origine; dal punto di vista del luogo di destinazione il fenomeno prende il nome di immigrazione se persone giungono in un posto differente dalla loro terra, mentre i movimenti dal luogo originario prendono il nome di emigrazione. Si possono includere le migrazioni di popolazioni ed i movimenti interni ad un paese (le cosiddette migrazioni interne e il fenomeno dell’urbanizzazione).

Anche molti dei nostri avi hanno cercato fortuna altrove, soprattutto nel XIX secolo, quando l’immenso spazio offerto dal Nuovo Continente offrivano possibilità di crescita e occupazione a persone delle nostre terre, ormai sature per quel periodo e afflitte da problematiche economiche e sociali.

La differenza sta nel tipo di immigrazione che sta permeando la nostra società agli inizi del XXI secolo: gente che viene da lontano, con usi e costumi troppo differenti per pensare ad una vera integrazione, che modificherà di certo il nostro modo di vivere e cancellerà le nostre tradizioni, la nostra cultura.

Importante è sapere che anche un tempo l’emigrazione, vista come un miraggio in un deserto inospitale, abbia portato nella mente e nei cuori della gente la convinzione che sia meglio fare dei sacrifici in loco per migliorare le condizioni della propria terra, piuttosto che rimanese vittime di un sistema di emigrazione-immigrazione che tende a creare le basi per un futuro di appiattimento globale e perdita delle eccellenze che un territorio offre.

A tal riguardo, è bello ricordare una canzoncina che tutti hanno intonato almeno una volta nella vita. E riflettendo sulle emozioni e i pensieri che queste poche righe implicitamente ricordano, si può imparare qualcosa…

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Mercoledì 28 Novembre 2007

Risott cunt i fung!

Nell’ambito della conservazione e riscoperta delle tradizioni di un popolo, la cucina occupa un posto rilevante. Soprattutto negli ultimi tempi, un sacco di rubriche su mass media e giornali hanno una sezione dedicata alla cucina e ai nuovi piatti, che spesso si rivelano un vomitevole miscuglio di ingredienti new-age o progressisti, immagine e somiglianza degli “chef” che li inventano o rivisitano sulla base delle consuete ricette.

Noi Lombardi, in particolare varesini (o varesotti, come si voglia dire), abbiamo sempre snobbato i nostri prelibati piatti tradizionali. Questo fatto ha le sue radici soprattutto nella mentalità dei nostri nonni e delle nostre nonne, i quali erano più preoccupati di andare a lavorare per 10 ore al giorno nelle fabbriche e nei campi, piuttosto che starsena a casa davanti alla stufa economica a preparare pietanzini per figli e nipoti.

Ma non significa che la nostra terra non offra interessanti spunti culinari e piatti di fama internazionale. E ne dobbiamo andare orgogliosi, visto che mai nessuno ha menzionato l’equazione polenta e coniglio = itagliani = mafia! (ma piuttosto mafia = a’ pizzza e spagghetti).

Questo post vuole essere un vademecum nella preparazione di un ottimo risotto tipico della nostra terra, arma che si può tranquillamente sfoderare per conquistare il proprio lui (ma anche la propria lei), invitandolo/a a cena e proponendogli qualcosa di diverso dalla solita pasta itagliana pummarola e bbasillico! E magari insegnandogli/le a prepararlo ed apprezzarlo.

Segue la ricetta.
Buon divertimento e… buon appetito!
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