Sembra proprio che nel nostro varesotto stia rinascendo nel cuore della gente una sana curiosità per il proprio passato, abbandonato con superficialità nel triste periodo della seconda metà del XX secolo, caratterizzato da una progressiva perdita di identità locale e appiattimento su valori più o meno universali che i nostri avi non credo avrebbero mai approvato.
É proprio di questi giorni la notizia che a Tradate sia stata accolta l’iniziativa portata avanti dalla Lega Nord in sede amministrativa per un ritorno alla produzione di un vino autoctono. Infatti, dopo che un anno fa il Sindaco Stefano Candiani aveva offerto la possibilità di usufruire di terreni comunali per la produzione vinicola, in cambio di una piccola quantità di prodotto, si scopre che ci sarebbe un appassionato viticultore che ha raccolto con positività la proposta.
Non ci resta che attendere fiduciosi per l’assaggio del primo bicchiere!
Seguono interessanti approfondimenti.
Grazie al riconoscimento dell’Igt Ronchi Varesini, giunto in concomitanza con la vendemmia 2005, anche la provincia di Varese ritorna nella carta geografica del vino. Si tratta davvero di un ritorno perché, anche se sembra poco credibile, l’attuale territorio provinciale è stato fino all’arrivo della fillossera (è un afide parassita della vite) un formidabile produttore della bevanda di Bacco.
Perfino in luoghi oggi insospettabili come Busto Arsizio, Tradate, Somma Lombardo e Gallarate la vite godeva di grande prosperità: nel 1850 gli ettari vitati in provincia erano stimati addirittura tra i 15.000 e i 20.000.
La cancellazione del vigneto varesino è andata di pari passo con una marginalizzazione progressiva delle attività agricole: come in molti altri territori lombardi, infatti, l’industria prima e il terziario poi hanno preso il sopravvento.
Quando a Varese c’era il Vino…
“C’era una volta una terra da vino chiamata Varesotto. Una terra fertile e verde, coltivata a filari ordinati in cui si venerava il dio Bacco. L’uva aveva nomi curiosi come Vespolina e Ughetta, Corbera, Pignolo, Moretto, Schiava e Chiavennasca bianca.
Le aziende intrecciavano affari, si costituivano cooperative per favorire le vendite, le banche agricole alimentavano il credito.
Nei giorni della vendemmia le corti si riempivano di gente e di carri, nelle cantine si dava mano al torchio e dai tini profumati di mosto zampillavano vini gustosi e saporiti”.
Inizia così il libro “Quando a Varese c’era il vino” (che sfata un radicato luogo comune, e cioè che la provincia di Varese, in tema di vino, sia sempre stata “la Cenerentola d’Italia”. La realtà è invece diversa: nel ‘500 la sola Busto Arsizio, oggi centro industriale, contava 4000 pertiche di terreno coltivato a vite e degli ottimi vini prealpini parlava, più o meno negli stessi anni, lo storico Paolo Morigia (considerato l’erede del cronista meneghino Bonvesin della Riva).
Nel ‘600 la vitivinicoltura rappresentava i 4/5 della produzione agricola del Varesotto e l’80% del reddito ed i carri carichi di uve varesine prendevano la strada dei mercati di Milano e della Svizzera.
Ancora: nel ‘700, il conteggio dei filari di vite rappresentava gran parte del lavoro dei funzionari del catasto teresiano e nell’Ottocento, Carlo Porta declamava in dialetto la bontà dei vini di Tradate e Varese. Persino il cardinale Carlo Borromeo degustava volentieri il vino delle Prealpi: se lo faceva mandare addirittura a Roma, in botte, dal Castello di Frascarolo, mentre il grande scrittore Alessandro Manzoni lo gustava in casa dell’amico prelato Luigi Tosi, a Busto Arsizio.
Oggi molto è cambiato. La produzione d’uva da vino, nella provincia prealpina, ma un rilancio è possibile: il vicinissimo Canton Ticino, con analoghe condizioni pedoclimatiche, ha sviluppato, in questi ultimi decenni, la produzione di Merlot.
“Il rilancio dei vini varesini è una prospettiva non facile, dati i vincioli al reimpianto dei vigneti imposti dall’Unione Europea – osserva nella prefazione del libro di Redaelli il giornalista enologo Alberto Zaccone – ma non impossibile”.




