Domenica 8 Aprile 2007

Lader

Ente Dipendenti Spese [Milioni €] Costo annuale per dipendente [Migliaia €]
Senato 1100 600 200
Camera 2000 1000 200

Ancora una volta sono stati concessi aumenti agli statali. Ancora una volta a pagare saranno i Padani.
Tra il 2000 e il 2005 l’aumento delle retribuzioni nel settore pubblico è stato del 24%, il doppio rispetto all’inflazione!
Il Parco Pineta necessita di un numero sufficente di uomini, ma non ci sono soldi da Roma. Tradate mantiene nel proprio territorio il 5% dei soldi incassati dalle tasse, escludendo la tassazione indiretta (IVA), anch’essa spedita a Roma per direttissima, e ci sono più invalidi in Sicilia che nell’intera Germania. Qualcosa non torna, da troppo tempo ormai.

Venerdì mattina La Padania è uscita in edicola con un editoriale che spettina, firmato Dario Galli: Tradatese, Senatore della Lega Nord. Ci racconta delle spese folli sostenute da Montecitorio per mantenere una schiera di dipendenti ultrapagati. Una domanda mi frulla per la testa: Chi pagherà tutto questo!? Credo di saperlo, purtroppo…


Ancora soldi per gli statali

Dario Galli

Per fortuna (o sfortuna) il giovedì mattina in Padania si lavora. Se invece che con la testa china sulla macchina utensile i nostri concittadini fossero, come in molte altre parti del Paese, intenti semplicemente a passare il tempo guardando la televisione, avrebbero assistito alla seduta di giovedì mattina al Senato in cui si discuteva del bilancio consuntivo del 2006. La faccio breve e dico padanamente le cose essenziali: il Senato ha 1.100 dipendenti (!) e ha un bilancio di circa 550 milioni di euro all’anno, o se preferite 1100 miliardi di vecchie lire all’anno. Contrariamente a quanto si pensa nell’immaginario… …collettivo, di questi 1100 miliardi destinati ai “poveri” senatori (si fa per dire, ovviamente) solo il 33% rappresenta il loro costo. Il 45% abbondante del bilancio del Senato serve invece a coprire i costi del personale. Questo significa che circa 250 milioni di euro sono il costo del personale del Senato. O se preferite circa 400 milioni all’anno di vecchie lire per addetto!
Non ho sbagliato di un ordine di grandezza, non sono 40 milioni, sono 400 milioni all’anno di vecchie lire.

E al Senato non sono tutti scienziati o persone che progettano il Saturno IV per andare sulla luna: la stragrande maggioranza del personale fa… l’usciere! Quindi in Italia abbiamo uscieri, sulle spalle del contribuente, che costano dai 30 ai 35 milioni di vecchie lire al mese. Credo che ci si potrebbe fermare qui. Chiunque arrivasse da un altro Paese e leggesse questi numeri riprenderebbe immediatamente il volo di ritorno e se ne ritornerebbe a casa sua convinto che tutto quello che c’era da capire dell’Italia lui l’ha già capito. Potremmo incrementare l’arrabbiatura di chi sta leggendo dando qualche altro dato. Quello qui esplicitato in dettaglio per il Senato lo si può ripetere raddoppiando le cifre per la Camera: 2.000 miliardi di vecchie lire di costo complessivo circa, più di 2.000 dipendenti, più o meno lo stesso costo per addetto.

Lo stesso si può dire per il Quirinale, 1.100 dipendenti circa. E non cambiano le cifre per la presidenza del Consiglio, 1.200/1300 dipendenti circa. Lo stesso potremmo dire per la miriade di ministeri, in gran parte inutili, localizzati nell’area romano-laziale.
È evidente che un Paese che si permette di avere questo numero di dipendenti pubblici e queste cifre per addetto, è un Paese che ha rinunciato a tutto il resto. Inutile domandarsi come mai non ci sono i soldi per la ricerca, come mai non ci sono i soldi per le strade e per le ferrovie, perché le aziende devono pagare l’80% dell’utile che guadagnano, quando riescono a farlo, e i cittadini, soprattutto padani, pagano tra Irpef, contributi, iva sugli acquisti, gas, luce, telefono, benzina ecc. ecc., ormai il 70% del proprio reddito. Il nostro è un Paese che ha scelto di mantenere una categoria di raccomandati sulle spalle dei poveracci che lavorano. A difendere questa situazione ci sono le forze della “conservazione”: in un Paese normale, occidentale, di solito è il centrodestra a farlo. Nel nostro Paese, nemmeno tanto stranamente, è invece il centrosinistra.

Il centrosinistra che giustifica la propria sopravvivenza e cerca di mantenere le leve del comando dividendo il Paese in due: da una parte le categorie protette che vanno ulteriormente garantite e che sono il loro bacino elettorale; dall’altra parte i poveracci, che siano tassisti, farmacisti o avvocati non importa, purché lavorino, rischino quotidianamente il posto e, soprattutto, alla fine paghino le tasse. In Italia, a fronte di 23 milioni circa di persone che lavorano, il numero di addetti pubblici è stratosferico: quasi 5 milioni di persone! Basti pensare che la Germania, che è più grande di noi, ha meno della metà di addetti pubblici; o l’Inghilterra che è più o meno paragonabile all’Italia, ha poco più di 2 milioni di dipendenti. Il problema è tutto qui. Di questo esercito di dipendenti, in gran parte situati al Centro Sud, per lo più sostanzialmente nullafacenti (qualcuno deve spiegare perché in Lombardia con 20mila chilometri quadrati di territorio bastano per esempio 100 guardie forestali, mentre in Sicilia con lo stesso territorio ne servono 50mila, cioè cinquecento volte di più). Il costo di questo esercito smisurato rappresenta una fetta importante del bilancio pubblico ed è proprio quella fetta che non permette alla nostra economia di rimanere al passo con le altre, e non permette alla nostra industria di avere i soldi come ne aveva una volta, per fare investimenti e per fare ricerca; che non permette alle famiglie, soprattutto padane, nonostante un livello di impegno lavorativo superiore di gran lunga alla media europea, di avere poi un tenore di vita altrettanto europeo.

Invece di affrontare con coraggio questa situazione, di cercare di risolvere il problema gradatamente riducendo ogni anno una certa percentuale di dipendenti pubblici, per esempio bloccando il turn over o sostituendo i pensionamenti solo in parte ridotta (come per esempio aveva fatto il centrodestra negli scorsi 5 anni) si continua ad aumentare questo costo già di per sé spropositato. Ultimi, in ordine di tempo, la chiusura lampo del contratto degli statali con 101 euro in più al mese, l’assunzione di 60mila precari nella scuola (a fronte di 8 milioni di studenti abbiamo 1 milione e 300mila dipendenti nella scuola pubblica, anche qui ovviamente record mondiale). Senza contare che nella scorsa Finanziaria, tanto per non smentirsi, sono stati “regolarizzati” 500mila lavoratori “precari” facendoli diventare da dipendenti a tempo determinato nel pubblico impiego a tempo indeterminato. Capiamo bene che con questa maggioranza che degli statali, o degli extracomunitari che velocemente si vogliono regolarizzare, ne fa il proprio bacino elettorale, non potrà arrivare nessun segnale di cambiamento.

Nessun Paese al mondo del resto si permette di spendere il 30% del proprio bilancio in stipendi ai dipendenti pubblici. Solo noi lo facciamo, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Queste cose purtroppo solo la Lega le denuncia quotidianamente. Solo noi della Lega, quando interveniamo nelle aule parlamentari, abbiamo il coraggio (e non ce ne vuole davvero molto in realtà) di denunciare questo dato di fatto di cose inaccettabili. Quando si parla di dipendenti pubblici e di bilancio dello Stato, in maniera bipartisan, gli interventi dei parlamentari di destra e di sinistra sono italianamente impostati alla fumosità del politichese che dice tutto senza dire niente, che denuncia situazioni che poi in realtà non vuole risolvere.

Se il contribuente padano, giovedì mattina, avesse potuto assistere alla diretta televisiva sul dibattito per il bilancio al Senato 2006, forse si sarebbe “incazzato” un pochino più di quanto non lo sia già quotidianamente e, forse, avrebbe fatto qualche riflessione in più. Non tanto i leghisti padani che queste cose già le hanno capite da tempo, ma tutta quella enorme quantità di cittadini e contribuenti settentrionali che ancora si ostinano a votare quei partiti che poi a Roma, lontano dai loro sguardi, fanno esclusivamente gli interessi dei cittadini di altri territori o di altre categorie che non siano quelle tipicamente padane. Fortuna per i politici romani, che il giovedì mattina i padani lavorano.

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