
Ecco il Sen. Dario Galli, rappresentante Lombardo e Varesino della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania.
Cittadino Tradatese, ne è stato per ben 10 anni Sindaco (1992-2002) e tutt’ora Consigliere Comunale.
Per 10 anni Parlamentare alla Camera dei Deputati ed ora Senatore, costantemente nelle file del Movimento Leghista.
Nella vita Ingegnere Meccanico e imprenditore.
Dalla nascita della Lega Nord (Lega Lombarda) Militante indispensabile.Ci sa fare coi numeri e i Suoi ragionamenti sono sottili e taglienti come la lama di un rasoio.
Il pezzo sotto riportato è tratto da La Padania di Giovedì 8 Febbraio. E’ un articolo scritto dal Sen. Galli in persona. Galli racconta in maniera completa e documentata della Lega, parla della lotta per il Cambiamento della macchina statale centalista ed inefficiente, spiega la Questione Settentrionale, fulcro della battaglia di Umberto Bossi.
Lo dedichiamo a coloro che credono di scalfirci; siamo tutti saldi verso la meta che si chiama Padania, simbolo di Vera Libertà!
La tentazione secessionista
DARIO GALLI
Sabato, a Vicenza, la Lega torna sul territorio: ci saranno parlamentari, sindaci, presidenti, consiglieri ed assessori, militanti. Un ritorno alle origini a quel Parlamento del Nord che qualche anno fa sconvolse la politica italiana introducendo per la prima volta il concetto della questione “settentrionale”.
Non si tratta di un semplice ritorno al passato ma di un necessario momento di riflessione dopo anni di tentativi per ottenere la libertà dei nostri territori. In questi anni la Lega le ha provate tutte. Dopo la fase iniziale federalista e la parentesi secessionista si è tentata anche la via istituzionale: apparentamento con le forze politiche più vicine a noi sui grandi princìpi, poi parzialmente rinnegati da queste forze (libertà economica, stato leggero, salvaguardia dell’identità, rispetto delle regole), per sconfiggere da una parte la follia neocomunista e globalizzatrice e dall’altra tentare una via ragionevole alla modernizzazione dello Stato. Modernizzazione che non poteva non passare anche dalla via della riforma federalista come in tutti gli Stati più avanzati da tutti i punti di vista del pianeta. I risultati in questo senso non sono stati così negativi come nell’immaginario collettivo della base leghista: una legge importante contenente i germi del federalismo è stata comunque approvata in quattro passaggi parlamentari e un referendum istituzionale si è celebrato. I risultati li conosciamo tutti, ma non si deve sottovalutare il fatto che lo Stato ha dovuto mettere a disposizione le proprie cabine elettorali per far esprimere il popolo su una questione così importante. E non si deve dimenticare che in Lombardia e in Veneto il popolo ha approvato in grande maggioranza la Riforma, e che comunque al di sopra del Po i sì hanno prevalso. Solo l’assurdità della legge (in Spagna per l’indipendenza della Catalogna hanno votato solo i catalani) non ha permesso alla Riforma Federale di essere già oggi legge in vigore. Tant’è. Qualche anno fa avremmo scommesso su questo risultato? Gli Scozzesi, i Gallesi, i Fiamminghi e i Valloni, i Catalani e i Baschi, e tanti altri nel mondo, combattono da secoli per la loro indipendenza, e alla fine, tutti ci sono arrivati o ci arriveranno. Quanto ha fatto la Lega nella scorsa legislatura non è un risultato da dimenticare, ma un paletto infisso nella storia, un primo passo lungo un cammino che può portare solo al risultato finale. Certo oggi è difficile essere ottimisti. Chi governa oggi il Paese non pensa nemmeno lontanamente ai problemi del Nord occupato com’è nella gestione del potere che ha conquistato e preoccupato dal rischio di perderlo. Ed utilizza per questo scopo gli strumenti più antichi del mondo: infarcire i giornali e la mente dei cittadini di tutto quello che può fuorviare dai problemi reali. Oggi sembrerebbe che i problemi del Paese sono i Pacs, la reversibilità delle pensioni per le famiglie omosessuali, o il ritiro di quattro militari dall’Afghanistan o la costruzione di quattro villette a Vicenza. Perché sul resto, questo Governo, ha già fatto tutto e risolto tutti i problemi: i tassisti sono stati “liberalizzati”(?) e la cibalgina si può comprare alla Coop.
C’è stato anche un boom di entrate fiscali, l’evasione fiscale e il lavoro nero sono già stati sconfitti, la quarta settimana del mese non è più un problema per nessuno e tutti a fine gennaio si sono ritrovati cinquecento euro in più in busta paga. L’Italia ormai è uscita dalla crisi e l’aspetta un grande futuro. Potenza della comunicazione. Qualcuno ci crede davvero. La realtà, è ovviamente un pochino diversa. Lo sanno bene i piccoli imprenditori che rischiano la galera se saltano un versamento Iva, i sindaci dei nostri comuni che si sono visti tagliati del 30% i trasferimenti dallo Stato, i pensionati che si troveranno le addizionali sulla già magra pensione o i padri di famiglia che hanno visto sparire le deduzioni per i figli introdotte dal precedente Governo. Lo sanno bene i bergamaschi che ogni mattina fanno tre ore di coda sulla Milano - Bergamo, e tutti i cittadini che si lamentano al bar per la sicurezza sempre più scarsa e che vedranno arrivare nei prossimi mesi altri milioni di extracomunitari grazie anche qui alle “liberalizzazioni” di questo Governo. La storia è nota. Potremmo proseguire all’infinito nell’elencare i problemi che affliggono i nostri cittadini e che l’attuale Governo ha ulteriormente accentuato. Potremmo però rincarare la dose, raccontando anche le cose che i cittadini non sanno e che i mezzi d’informazione ben si guardano dal far sapere. Potremmo dire che mentre un operaio della Dalmine dopo quarant’anni di lavoro e di polmoni bruciati dal fumo degli altoforni va in pensione con mille euro al mese, i dipendenti della Camera possono andare in pensione dopo venticinque (?) anni di “servizio” e che la loro pensione sarà almeno di quattro o cinque volte superiore, considerando che i duemila dipendenti della Camera, o i mille e duecento del Senato o i millecento del Quirinale hanno un costo medio annuo di centotrentamila euro. Questo Governo che obbliga il sciur Brambilla a lavorare altre due ore al giorno (passando da 12 a 14) per ottemperare agli obblighi fiscali, nella Finanziaria ha assunto cinquecento mila (mezzo milione!) di “precari” facendoli diventare statali a tempo indeterminato, senza concorso e senza selezione. Alla faccia dei nostri ragazzi che studiano, si mettono in fila, e non passano mai. Bell’esempio di “equità”. E che con questo passaggio l’Italia è arrivata a cinquemilioni (!) di dipendenti pubblici. L’Inghilterra, la Francia, la Germania, tutte con più abitanti dell’Italia ne hanno poco più di due milioni. Inutile dire che i dipendenti pubblici non sono in eccesso in Valtellina o in Valcamonica. Basta ricordare che la Regione Lombardia ha duemilatrecento dipendenti e che la Regione Sicilia (con metà abitanti) ne ha ventiseimila (dieci volte di più). O che la Lombardia ha cinquecento guardie forestali e la Sicilia, con lo stesso territorio, ne ha cinquantamila (cento volte di più!).
E siamo finalmente arrivati al punto.
La sinistra, conservatrice e statalista ha, se possibile, accentuato il problema italiano. Che il centro-destra, solo su spinta della Lega, aveva almeno cercato di attenuare e di mettere nella giusta direzione. E il problema italiano è che non può ammettere la questione settentrionale. L’Italia “fattura” millecinquecento miliardi di euro, il famoso Pil. Raccoglie circa seicentocinquanta miliardi di tasse e contributi vari. (75% in Padania). Fa poi un’ulteriore “buco” di cinquanta miliardi di euro (il famoso 3% di deficit su Pil). Peccato che la Lombardia invece con i suoi bergamaschi che partono da San Pellegrino alle cinque del mattino e i suoi sciur Brambilla che si addormentano di fianco alla macchina utensile, ma anche con tutte le sue partite Iva e con i suoi lavoratori dipendenti, abbia un “attivo” di cinquanta miliardi di euro (differenza tra quanto i lombardi pagano e quanto ricevono complessivamente dallo Stato). Altri cinquanta miliardi li avanzano i veneti, i friulani, parte dei piemontesi e degli emiliani. Insomma la Padania ha un avanzo primario di cento miliardi di euro (euro più euro meno). Questo significa che l’Italia che prende dalla Padania un avanzo attivo di cento miliardi e riesce ad avere alla fine un buco di cinquanta, spende ogni anno centocinquanta miliardi di euro in più rispetto a quelli che riscuote.
Quindi: Italia meno Padania uguale Argentina.
Sarà più chiaro a tutti, adesso, con che soldi si pagano le guardie forestali della Sicilia, della Calabria, le sedi a New York della regione Campania, la sanità del Lazio e tutte le altre cose di cui ogni giorno ognuno di noi si lamenta.
Sarà più chiaro a tutti, adesso, come mai, con tutte le tasse che paghiamo, i nostri Comuni faticano ad asfaltare le strade ed a fornire scuole decenti ai nostri ragazzi. Sarà più chiaro a tutti, adesso, come mai le nostre fabbriche rischiano di chiudere per eccesso di tassazione e per mancanza di infrastrutture.
Sarà più chiaro a tutti, adesso, come mai la Svizzera, che il federalismo lo applica, ha una tassazione globale esattamente metà di quella padana e ha un livello di servizi pubblici che noi nemmeno possiamo sognare.
Sarà più chiaro a tutti, adesso, perché il centro-sinistra ma anche parte del centro-destra non vuol sentir parlare né di Padania né di federalismo.
Se a tutto questo aggiungiamo l’annientamento culturale, e l’occupazione sistematica dei posti chiave del potere di cittadini non padani in Padania abbiamo sinteticamente descritto la “questione settentrionale”.
Sarà più chiaro a tutti, adesso, la grandezza di Bossi che questa cosa l’ha capita, tanti anni fa, e che ha inventato uno strumento, la Lega, per risolverla.
E’ evidente che uscire da questo enpasse non è semplice: gli interessi in gioco sono enormi. Milioni di persone vivono bene in questa situazione ed ovviamente non vogliono farla cambiare.
La Lega ci ha provato dando una possibilità al Paese: la Riforma Federale che avrebbe risolto con gradualità questa insostenibile situazione e avrebbe introdotto la cultura della responsabilità in tutto il Paese.
L’alternativa è più drastica: ognuno per sé e Dio per tutti.
A Vicenza credo si parlerà di tutto questo, si tireranno le conclusioni di un percorso difficile ma non inutile, si immaginerà il futuro possibile.
Da occidentale, europeo, razionale mi piacerebbe credere nell’intelligenza delle persone e nella capacità di affrontare con responsabilità le inevitabili riforme.
Ma affrontare le proprie responsabilità costa fatica, e gli italiani non vogliono faticare.
Credo quindi che la conclusione non potrà che essere che il punto di non ritorno è ormai stato superato e che una soluzione ragionata non sia più possibile. Qualche anno fa forse i tempi non erano maturi. Qualche anno fa le nostre famiglie non erano ridotte male così come lo sono oggi.
Si tratta quindi solo di individuare i modi ed attendere il momento giusto.
Che ormai forse non è più così lontano.
Da padano, forse, in fondo ci ho sempre sperato.
La “secessione” per anni è stata una bandiera.
Potrebbe essere il nostro prossimo futuro.



