Mercoledì 27 Settembre 2006
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Riporto un articolo apparso oggi su il Riformista: l’irrinunciabile orpello cartaceo-ascellare del progressista radical-chic da salotto buono.

Nell’articolo la componente padana dell’Unione si lagna delle manovre economico-finanziarie annunciate dal governo Prodi. Oggetto della lagnanza: l’ennesima rapina ai danni dei contribuenti padani che creerebbe terra bruciata, dal punto di vista elettorale, a lorsignori… Poveri malcapitati ai quali l’avverso, crudele fato ha imposto di operare in regioni decisamente e fieramente avverse al comunismo e a tutti i suoi sottoprodotti (di scarto…)! Quelle stesse regioni - guardacaso - che da anni vengono pauperizzate dal palazzo romano per il mantenimento dello status-quo triculurito.

Ed allora eccoli, i patetici, mentre si affannano a dire qualcosa di leghista, dopo aver stigmatizzato per anni come “barbariche idiozie” le rimostranze della Lega Nord. Semplicemente esilarante… A tratti sembra di leggere la Padania. Oh, certo, con qualche radical chiccheria in più… Mpffffff


Più tasse per i redditi alti, il Nord si sente tradito
di Marco Alfieri

Milano. Scusate, ma può dirsi ricco uno che porta a casa tremila euro netti al mese? «Direi proprio di no», commenta stupito il direttore della Fondazione Nordest, Daniele Marini. «Se parlate con qualsiasi sindacalista sopra il Po, vi dirà che buona parte degli operai specializzati, tra stipendio e straordinari, quei soldi lì se li mette tranquillamente in busta», capito? Insomma siamo al ceto medio bello e buono, altro che ricchi o classe agiata. Già. Eppure, se la bozza di finanziaria che circola in queste ore di rush finale prima della presentazione al consiglio dei ministri di venerdì è vera, chi guadagna settantamila euro annui (cioè a spanne 3mila euro netti al mese) potrebbe vedersi applicata dall’anno prossimo l’aliquota massima Irpef del 43% (che prima scattava oltre i centomila euro). Non basta. Sempre ieri, da Napoli, il ministro Ferrero - non smentito all’ora in cui scriviamo - ha addirittura rilanciato chiedendo che sopra i 70mila euro si torni ad aliquote del 45%: «il rigore - ha intimato - se lo paghi chi non l’ha mai fatto in questi anni». Viva le tasse, insomma, e guai ai ricchi, sempre che lo siano, in città come Milano o Torino o Verona o Brescia, gente che viaggia sui 70mila euro annui.

Intendiamoci: anche ammesso che non si arrivi al 45% chiesto da Rifondazione, o che davvero il governo alleggerisca il prelievo sui redditi fino a 35-40mila euro, basta e avanza la probabile estensione del prelievo Irpef al 43% sopra i 70mila euro di reddito, a far sobbalzare la sinistra del nord. Cioè quella galassia riformista che subito dopo la batosta di aprile si era data una mission ben precisa: lavorare per scongelare il blocco social/elettorale della Cdl facendole concorrenza sul tema del taglio delle imposte, della sburocratizzazione e del rilancio delle infrastrutture. Nella convinzione che se non si diventa competitivi sopra il Po, è solo una pia illusione pensare di governare il paese. E badate che a pensarla così non è solo qualche mosca bianca. No. I riformisti lombardi sono praticamente tutti su questa posizione e anzi si dicono molto preoccupati dalle indiscrezioni in arrivo da Roma. Ad accendere la miccia, ci aveva pensato il presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, già lunedì sera: «Sulla finanziaria sono pessimista», aveva ammesso a margine di un convegno, «è dirigista e strozza i comuni». E non aveva ancora visto il capitolo tasse… Capitolo che invece non è sfuggito al segretario regionale della Quercia, Luciano Pizzetti, che al Riformista dice: «sarebbe da manicomio se davvero aumentassimo il prelievo Irpef. Io ho fatto la campagna elettorale dicendo che non avremmo aumentato le tasse, chiaro? Ecco. Sarebbe un bel problema andare a dire alla gente che ci eravamo sbagliati. Qui al nord potremmo fare le valigie perché tanto non ci voterebbero più. Anzi. La gente farebbe bene ad andare in piazza». Anche perché, così facendo, «si andrebbe a colpire chi le tasse le paga già», incalza Walter Galbusera, segretario regionale della Uil. «Sarebbe una manovra legittima, intendiamoci, ma il governo deve sapere che un’operazione del genere avrebbe effetti devastanti sui ceti produttivi del nord». Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda, anche l’euro parlamentare della Quercia, Antonio Panzeri, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano: «fatta salva l’esigenza della progressività e della lotta all’evasione - dice - il governo stia attento a inasprimenti fiscali sui ceti medi. Meglio, molto meglio, agire sul lato della lotta agli sperperi e degli sprechi. Altri tipi di finanziaria non ci converrebbero e qui al nord non verrebbero neppure capiti».

Sì, perché poi è anche una questione di simbolismo e di percezione, come spiega Arturo Artom, imprenditore milanese molto vicino a Enrico Letta: «se si alza il prelievo Irpef, si rischia solo di ripetere la telenovela sulla tassa di successione, la corsa pre-elettorale dai notai, ricordate? Tra l’altro avrebbe effetti minimi sulle finanze pubbliche. Serve solo a creare la percezione che la sinistra sta alzando le tasse». Dando ragione a Tremonti, quando diceva che l’Unione avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani. Passando poi dalla ricca Lombardia, che contribuisce al 23% del gettito Irpef, al Nordest, l’impressione resta la stessa. Basta sentire Marini, che dal suo osservatorio monitora l’irrequieta società triveneta in piena morfogenesi: «il rischio è di toccare pesantemente il ceto medio, altro che i grandi redditi. La destra è già da tempo che batte, con un certo successo dalle nostre parti, sul tema dei controlli fiscali, del giro di vite sulla partite iva e del ritorno di Visco/fisco. Attenzione quindi».
Già. Attenzione. Perché tornare alla vecchia suggestione per cui imposte marginali più elevate per i “ricchi” permettono di creare magicamente progressività fiscale e recuperare evasione, significa aver già dimenticato la scoppola elettorale di aprile, quando la ridotta ostile Lombardoveneta delle regionali 2005 è tornata a essere il grande nord azzurro del 2001. Significa non conoscere la mappatura della ricchezza in Italia, chi sono davvero i ricchi e chi no, con quel sottofondo fastidioso secondo cui il profondo nord resta, nonostante tutto, una terra infestata da padroncini gretti ed evasori. E significa continuare a non capire quel complesso tessuto socioeconomico nordico a capitalismo diffuso, in cui il rapporto col fisco e con la burocrazia diventa una dimensione valoriale decisiva nelle scelte elettorali. Ma, soprattutto, significa rischiare di buttare a mare quel lento lavoro di ricucitura sul nord che ad esempio il ministro Bersani aveva inaugurato a giugno in Assolombarda, dopo la rottura di Vicenza, e poi a Padova alla presentazione del rapporto della Fondazione Nordest. O la scommessa del Tavolo Milano fortemente voluta da Enrico Letta.

da il Riformista del 27 Settembre 2006

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