
Incredibile sentenza della Cassazione: da oggi definire politica una decisione dei giudici è reato.
Ecco l’articolo scritto da Igor Iezzi su La Padania di Giovedì 31 Agosto.
Vietato criticare la magistratura, addio alla libertà di pensiero
Vietato criticare la magistratura. La libertà di pensiero fa un ulteriore passo indietro in Italia, Paese che non ha mai brillato per la difesa dei diritti dei cittadini. Così la Corte di Cassazione ha stabilito che accusare i magistrati di emettere sentenze politiche è reato. Toghe che difendono toghe, quindi. Tutto normale, come al solito.
Con un verdetto depositato ieri, la sezione feriale penale della Suprema Corte sottolinea come accuse di questo tipo ai magistrati esulano dal «diritto di critica» in quanto «una siffatta espressione, evocando l’intento di favorire una determinata forza politica a scapito di un’altra, assume portata offensiva, risolvendosi in un attacco alla sfera morale della persona». In particolare la Suprema Corte ha imposto lo stop agli attacchi nei confronti della magistratura occupandosi di un ricorso presentato da Vittorio Sgarbi che nell’agosto del ’98 in un’intervista ad un quotidiano nazionale aveva accusato i magistrati della Procura di Palermo guidati da Giancarlo Caselli. Era scattata la condanna in primo grado nei confronti del parlamentare per il reato di diffamazione aggravata ad un mese di reclusione, convertito in 1.000 euro di multa da parte del Tribunale di Monza.
Verdetto confermato anche dalla Corte d’Appello di Milano nel gennaio del 2006. Invano Sgarbi si è rivolto alla Cassazione sostenendo di essersi «limitato a censurare il comportamento delle persone offese esprimendo comunque giudizi e convinzioni personali». La Suprema Corte respingendo il suo ricorso ha evidenziato come «non sussiste l’esimente del diritto di critica allorchè un magistrato del pubblico ministero venga accusato di svolgere indagini politiche, in quanto - scrive il relatore Alberto Macchia nella sentenza 29453- una siffatta espressione, evocando l’intento di favorire una determinata forza politica a scapito di un’altra, assume portata offensiva risolvendosi in un attacco alla sfera morale della persona». Per sgomberare il campo da dubbi, dunque, gli “ermellini” precisano che “esula dalla scriminante del diritto di critica, politica o giornalistica, l’accusa di asservimento della funzione giudiziaria a interessi personali, partitici, ideologici, ovvero accuse di strumentalizzazione di quella funzione per il conseguimento di finalità divergenti da quelle che debbono guidare l’operato del pubblico ministero». E questo in virtù delle «attribuzioni e dei doveri istituzionali che caratterizzano la posizione ordinamentale» dell’ufficio del pm.
La necessità di porre fine alle accuse alla magistrature di fare sentenze politiche, secondo piazza Cavour è determinata dal fatto che «pure nell’ambito della polemica tra avversari di contrapposti schieramenti ed orientamenti, di per sè improntata ad un maggior grado di virulenza», non si può prescindere dal fatto che «la critica sia espressa con argomentazioni, opinioni, valutazioni, apprezzamenti che non degenerino in attacchi personali o in manifestazioni gratuitamente lesive dell’altrui reputazione, strumentalmente stese anche a terreni estranei allo specifico della contesa politica, e non ricorrano all’uso di espressioni linguistiche oggettivamente offensive ed estranee al metodo e allo stile di una civile contrapposizione di idee, oltre che - si mette in chiaro nelle motivazioni della sentenza - non necessarie per la rappresentazione delle posizioni sostenute e non funzionali al pubblico interesse». La sezione feriale della Cassazione presieduta da Giuseppe Pizzuti sente ancora il bisogno di fissare altri paletti sottolineando come «un limite di continenza» sia «necessariamente ancor più rigoroso ove esso venga riguardato, non nella prospettiva di una contesa fra gruppi politici contrapposti», ma si inserisca «in una polemica unilateralmente promossa attraverso l’arbitrario inserimento di magistrati all’interno di un supposto schieramento politico antagonista».
Come era prevedibile, l’Associazione nazionale dei magistrati ha immediatamente espresso soddisfazione. Per Edmondo Bruti Liberati, ex presidente dell’Anm e oggi membro del comitato direttivo centrale dell’associazione, si tratta di una «sentenza importante», che ribadisce come «la legittima critica ai provvedimenti dei magistrati non può significare l’attacco generico e immotivato che attribuisce a pregiudizi politici le decisioni dei magistrati».
A dargli manforte arriva il centrosinistra. «Meno male che c’è la Cassazione! - ha detto il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, ex pm del pool Mani pulite -. Ci voleva qualcuno che dicesse una volta per tutte che offendere e denigrare chi fa il proprio dovere, come i magistrati, è un reato. Dopo anni di accuse e insulti alla magistratura era giusto che qualcuno rimettesse le cose a posto…».
Di diverso avviso Vittorio Sgarbi: «Siamo in presenza di una sentenza che non è assolutamente legata alla realtà». «Ciò che stabilisce la Suprema Corte - afferma - è vero perchè ciò che dicono è giustificato dal pensiero di essere dalla parte del giusto: la loro, insomma, è una azione politica inconsapevole. Si vorrebbe che fosse così, ma la realtà è un’altra: lo dimostra il caso di Franco Pacenza», il diessino calabrese arrestato ingiustamente. I magistrati, dice ancora Sgarbi, «sono convinti di essere nel giusto ma è evidente che si tratta di una sentenza non legata alla realtà. E’ la realtà stessa che la contraddice e che dimostra come in questa pronuncia alla Cassazione manchi la sensibilità storica». Preoccupazione mostrano invece Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore di Forza Italia, e Carolina Lussana, deputata della Lega Nord. «Non vorremmo definire “politica” la sentenza della Cassazione in base alla quale viene condannato chi definisce “politica” l’indagine di un Pm per non essere a nostra volta condannati - ha osservato Cicchitto - . E’ comunque evidente che siamo di fronte ad una sentenza che lede la libertà di opinione e di espressione». «Siamo di fronte all’ennesimo caso in cui la magistratura difende se stessa. - ha accusato Lussana, membro della commissione Giustizia alla Camera - Da oggi una critica legittima viene considerata un reato» ha aggiunto parlando di sentenza «grave, illiberale e di stampo fascista là dove la Costituzione garantisce la libertà di parola».
Come ha detto Bruti Liberati «si è voltata pagina». Ma il capitolo che inizia non parla di libertà.



