
Dove sono finiti i pacifisti? L’anno scorso in 250mila dicevano “no” a tutte le missioni militari
Assisi 2005: 250 mila persone; Assisi 2006: due mila anime e quattro gatti.
La crisi esistenziale del pacifismo italiano sta tutta qui, nel banale raffronto numerico tra i partecipanti alla Marcia dello scorso anno e quelli registrati al raduno di ieri. Le guerre non sono state improvvisamente debellate dal pianeta ed anzi l’Italia da martedì prossimo impegnerà i propri militari in un nuovo fronte caldo, il Libano, senza nel frattempo averli ritirati né dall’Afghanistan, né dall’Iraq né tantomeno dal Kosovo. E allora perché mai i profeti della non-violenza non protestano più? Semplicemente perchè al Governo non c’è più la “destra” guerrafondaia e perchè adesso finalmente a scegliere le guerre è la sinistra che, come noto, sa meglio discernere tra guerre giuste e guerre ingiuste. “Sfortunatamente”, però, non tutti nel variegato arcipelago del pacifismo hanno deciso di passare sottosilenzio il “compromesso morale” e così ieri, tra i 248 mila assenti ingiustificati, ce ne sono stati alcuni che invece hanno scelto di dare al loro “no” una dimensione ostentatamente polemica. Gino Strada, Padre Alex Zanotelli, Marco Ferrando, Don Vitaliano Della Sala avevano subito fiutato puzza di messinscena e si erano dissociati per tempo. Poi però nelle ultime ore anche i cosiddetti dissidenti di Rifondazione Comunista, Salvatore Cannavò, Gigi Malabarba e Franco Turigliatto hanno deciso di sfilarsi dal mazzo, denunciando a mezzo di comunicato stampa che la Marcia per la Pace in Medioriente stava assumendo “le caratteristiche di un’iniziativa a sostegno della missione militare in Libano”. Un sospetto clamorsamente confermato, poi, dall’inedito slogan pronunciato ieri ad Assisi: «Forza Onu!».
Con tanti assenti finisce che si notino di più le presenze. E così ha destato qualche clamore la partecipazione del presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche Italiane, Mohamed Nour Dachan, balzato recentemente alle cronache per aver acquistato una pagina di quotidiano allo scopo di sostenere il paragone tra la politica di Israele e quella del nazismo. Sull’argomento Dachan, che rischia l’espulsione dalla Consulta Islamica, non ha voluto rilasciare dichiarazioni, limitandosi invece a notare come a suo giudizio le guerre non si facciano per la religione, ma solo “per gli interessi e per i terreni”. Dal palco di Assisi, gli organizzatori della giornata hanno chiesto un incontro a Romano Prodi e Massimo D’Alema, “perchè - ha spiegato Flavio Lotti - noi vogliamo capire ed essere rassicurati e pensare che l’Italia sta davvero provando a costruire una missione di pace e che non stiamo partendo per un altro Afghanistan o un altro Iraq. Noi tutti - ha aggiunto - siamo favorevoli alla missione in Libano ma chiediamo che i soldi impiegati non vengano tolti alla lotta contro la povertà e la cooperazione internazionale». Tanto valeva, allora, chiedere di incontrare Padoa-Schioppa…
Insomma, tra assenze polemiche e presenze perplesse e un tantino disorientate, non si è capito bene quale sia l’attegiamento reale del popolo della Pace nei confronti di questa nuova Italia di sinistra che fa esattamente quel che faceva la vecchia Italia di centrodestra. La teoria di Fausto Bertinotti, per cui quella di ieri sarebbe stata la prima marcia “per” e non “contro” un intervento, ha destato uno sgomento diffuso ma essenzialmente interiore, silenzioso. Anzi, “il riposizionamento del Paese non sembra affatto aver prodotto il riposizionamento delle forze pacifiste” teorizzato dal Presidente della Camera, che viceversa aveva pronosticato “la presenza e lo schieramento ad Assisi di tutto l’arcipelago pacifista”. Visto e considerato il fallimento dell’iniziativa di ieri, i pacifisti hanno già stabilito che occorre urgentemente una prova del nove. Tra poco più di un mese torneranno perciò a radunarsi ad Assisi. Per contarsi, guardarsi negli occhi e magari ridiscutere l’aprioristica fiducia concessa al Governo. “Forse l’8 ottobre - dice Flavio Lotti - …e saremo in tanti”. Vedremo…



