Lunedì 12 Giugno 2006

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La Diocesi di Milano nel partito del “no”
Il documento sposa in pieno le tesi dell’Unione e conferma il feeling tra il clero locale e la sinistra

La diocesi di Milano scende nell’agone politico della campagna referendaria e, tanto per cambiare, dà ragione alla sinistra. Per dovere di correttezza occorre precisare che a dare l’indicazione di voto ai fedeli non è stata proprio la diocesi, ma un pronunciamento ufficiale dell’Azione Cattolica Ambrosiana. Il fatto, però, che tale pronunciamento sia stato pubblicato dal settimanale on line della diocesi (incrocinews.it), lascia supporre che i suoi contenuti risultino graditi anche al Cardinale Dionigi Tettamanzi, che già nella recente campagna elettorale amministrativa aveva mostrato una certa inclinazione per la politica.
I toni del documento appaiono perentori fin dal titolo, che suona quasi come un ordine: “Votare per la Costituzione, votare no”. Segue, naturalmente, una serrata esposizione delle ragioni per cui i cattolici milanesi dovrebbero dare retta all’Unione e affossare la riforma della Casa delle Libertà.

Prima di arrivare al nucleo più forte della critica, che si concentra sui maggiori poteri del Primo Ministro, il documento della Chiesa milanese la prende abbastanza alla larga stigmatizzando il varo parlamentare con i voti di un solo schieramento. «Non siamo contrari per principio a qualsiasi modifica della Costituzione ma crediamo che sia opportuno che preveda intese più ampie rispetto a un voto a maggioranza e pensiamo che l’attuale ipotesi di riforma presenti più lati problematici che positivi».
I giuristi dell’Azione Cattolica, tuttavia, non possono esimersi dal ricordare che lo stesso metodo “discutibile” fu adottato anche dal centrosinistra con la riforma del Titolo V. Subito, però, si capisce che quello del metodo è un problema secondario e sul quale, se i contenuti della riforma fossero stati più vicini ai desiderata, la Diocesi avrebbe facilmente sorprassieduto. La critica nel merito della riforma appare infatti piuttosto appannata e complessivamente orientata, semmai, a mimetizzare la vera grande pregiudiziale sul testo partorito dal Governo di centrodestra: quella sul premierato forte. Il paragrafo che si occupa di questo punto fa registrare un evidente impennata della vis polemica e si apre con un titolo che è tutto un programma: “Un presidenzialismo strisciante che rischia di esautorare il Parlamento”. «Il punto più delicato - riportiamo dal pronunciamento dell’Ac - è quello relativo al Primo Ministro. Questa figura è innanzitutto nuova nel nostro ordinamento costituzionale e risulta accresciuta nei suoi poteri. Il primo ministro può chiedere quando lo voglia e senza limiti al Presidente della Repubblica lo scioglimento della Camera. Se egli venisse sfiduciato, invece, la Camera stessa sarebbe sciolta e si andrebbe a nuove elezioni. Questo vincolo indebolisce di molto l’autonomia del parlamento e dei singoli deputati. Si può davvero parlare di premierato assoluto, come è stato definito da Leopoldo Elia».

Curiosamente, e a riprova del fatto che ciò che non piace è l’idea di un premier troppo libero dal condizionamento dei partiti, il documento non fa menzione alcuna della grande novità istituzionale introdotta dalla cosiddetta “sfiducia costruttiva”, che consentirebbe alle forze che compongono la maggioranza di sostituire il Primo Ministro senza necessariamente passare da uno scioglimento delle Camere. Scioglimento che, comunque, sarebbe decretato dal Capo dello Stato.

Se la critica è debole proprio laddove voleva essere più forte ed incisiva, non ci si poteva aspettare di meglio sulle altre novità introdotte dal testo di riforma. Le argomentazioni sono fragili, come quando in materia di devoluzione di competenze tra governo e regioni si nota che “gli spazi delle autonomie locali non sono drasticamente modificati o ampliati rispetto alla riforma targata centrosinistra”. «Più di qualche dubbio - si legge - sollevano però le comeptenze esclusive in materia di sanità e la genericità del riferimento alla parte dei programmi scolastici. Il rischio è di avere regioni in grado di garantire servizi di prim’ordine e regioni che faticano a fornire quello di cui i cittadini non solo hanno bisogno, ma anche diritto».

Ma come non vedere - ci interroghiamo come lettori - che il rischio paventato dalla zelante Azione Cattolica milanese è oggi una solida caratteristica dell’Italia centralista? Se così non fosse, non si capirebbe perchè mai tante persone del Sud attraversino il Paese per venire a curarsi negli ospedali del nord. Il problema, insomma, c’è già e il rischio, o meglio la speranza, è che maggiori margini di manovra per gli enti locali possano consentire un intervento più rapido e mirato sulle carenze della sanità locale. Mentre qua e là affiora anche qualche apprezzamenti verso taluni capitoli della riforma (ad esempio sul taglio dei parlamentari), altre perplessità vegono manifestate sulla rottura del bicameralismo perfetto e sulla “limitazione dei poteri di garanzia”. Non piace, in particolare, il fatto che i membri di nomina politica della Corte Costituzionale aumentino da 5 a 7. Tutte motivazioni che spingono la presidenza dell’Azione Cattolica a rompere gli indugi formulando un vero e proprio appello elettorale: «Il nostro invito è esplicito. Riteniamo opportuno salvaguardare la Costituzione del 1948 attraverso un voto negativo al Referendum». Segue l’immancabile invito al dialogo tra le forze politiche perchè solo così, secondo gli esperti della Diocesi, sarebbe possibile modificare bene la Costituzione.

Il pronunciamento politico della Diocesi, che come già accaduto in passato con le esternazioni dei suoi arcivescovi Martini e Tettamanzi finisce sempre per far da spalla alla sinistra, non è affatto piaciuta a Roberto Maroni, che viceversa lo ritiene “un grave errore”. Il presidente dei deputati del Carroccio opera però una significativa distinzione: «Non sono d’accordo sulle posizione della Diocesi di Milano, mentre ho apprezzato la posizione di neutralità delle gerarchie ecclesiastiche e di altre istituzioni come Confindustria. Sappiamo però che anche all’interno della Chiesa ci sono forzature e politicizzazioni». «Dire no al referendum -prosegue l’ex ministro del Welfare - vuol dire, tra le altre cose, dire no alla riduzione del numero di parlamentari. Quindi chi dice no è favorevole all’aumento dei costi della politica e questa mi sembra una palese contraddizione». Quanto alla possibilità di dialogo, inciuci e trattative dopo il referendum, Maroni è tranchant: «C’è una riforma in corso. Se viene approvata dal referendum non c’é bisogno né di bicamerali né di tricamerali. C’é la riforma e va applicata».

Fonte: La Padania di Sabato 9 Giugno 2006

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